The Lighthouse
Robert Eggers
2019

The Lighthouse

Un vecchio marinaio, un luogo remoto, un tempo antico, la scelta del bianco e nero, l’aspect ratio quasi quadrato, il linguaggio poetico, i miti del mare, la follia… ogni elemento del film è estremamente ammaliante.
Parlarne cercando di non farsi coinvolgere dall’atmosfera viene quasi difficile, farlo con parole semplici lo è ancora di più.

L’istinto immediato è lasciar fluire la penna in fiumi di parole arzigogolate, termini vetusti e suoni che rimandano alla poesia, d’altronde è davvero difficile liberarsi dal personaggio del vecchio Thomas Wake: la sua immagine resta impressa sulla retina, i suoi monologhi riecheggiano ancora e ancora come le onde impetuose sulla scogliera.

L’impossibilità di dare una soluzione a ciò che di fatto non può averlo viene a scontrarsi con l’ossessione di trovare un significato.
Il sano osserva la follia e cerca in essa un senso, ma la follia per definizione non ha senso, e in questa ricerca impossibile e infinita il rischio è che a sua volta sia il sano ad impazzire.

Lessi un’interpretazione di Shining che associava ai tre membri della famiglia Torrence il ruolo di Es, Io e Super Io, rendendo l’hotel la rappresentazione della mente di un uomo che impazzisce.

Ci sono un paio di scene in questo film che mi hanno ricordato tantissimo l’horror di Kubrick, e al termine della visione ho iniziato a muovermi verso interpretazioni molto simili a quella descritta sopra.

Se vuoi evitare ogni tipo di possibile spoiler consiglio tutto il seguente blocco fino alla prossima immagine.

In questo mio delirio interpretativo (nato spontaneamente nonostante non mi piaccia dare un senso a storie simili), il personaggio di Pattinson e quello di Dafoe sono la stessa persona (Thomas) che – impazzita dopo aver commesso un omicidio – subisce una scissione d’identità: Thomas Wake, vecchio, mutilato e decadente. Colui che è “sveglio” dall’illusione, consapevole di sé stesso e l’unico che ha accesso alla luce del faro, e Thomas Winslow: giovane, apparentemente ingenuo, dedito al lavoro e schivo alle distrazioni ma al contempo debole, impaziente e attratto fatalmente verso ciò che si cela oltre le serrature chiuse, in particolare verso la luce del faro.

La luce del faro è emblematica in una pellicola tanto governata dal nero, e allo stesso tempo è scevra dei simboli che solitamente le si attribuiscono, e più che una guida simboleggia una verità pericolosa, ed ha una volontà propria che assume le sembianze di un’entità affamata a cui lo stesso Wake è assoggettato, e che a malapena tiene a bada.

Astinenza, sete, reclusione e solitudine condurranno Winslow in una lenta spirale verso l’inevitabile, e alla fine quel che celava a se stesso lo vive nuovamente nella sua mente, con il ripetersi, ancora una volta, dell’atto omicida.

Tanto spettacolare è l’ascesa finale verso il mistero luminoso, la verità affamata, altrettanto disastrosa la caduta.
Prometeo che ha consegnato alla propria parte conscia la luce proibita, viene punito amaramente dalla stessa, ne resta folgorato in un grido iconico, e cade nuovamente nel fango, dove è punito da uccelli che ne divorano le interiora.

Consiglio il film a chi non disdegna trame poco convenzionali, a chi apprezza la buona recitazione (parliamo di due personaggi in un’unica location) e anche a chi ha un interesse nella fotografia, e in generale a tutti gli amanti del cinema.

Cinetatuaggio: un faro sulla spalla sinistra

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