Perfetti sconosciuti
Paolo Genovese
2016

Perfetti sconosciuti

Non sono più abituato a pensare a questo luogo come quello in cui riporto con poche riflessioni ermetiche quello che dovrebbe essere uno spunto per stimolare il ricordo del me futuro: dopo tutti questi anni di silenzio sul blog, Perfetti sconosciuti mi ha colpito al punto tale da pensare di riprendere a scrivere, ma di fronte al foglio bianco, le regole di sintesi estrema che decisi mi spiazzano, quindi nuove regole: niente più regole!

Cosa succederebbe se non avessimo più maschere? Come ci apparirebbero le persone che crediamo di conoscere? Come appariremmo noi a loro? E – soprattutto – senza la nostra di maschera a proteggerci da noi stessi, come appariremmo nudi di fronte allo specchio?

Questo è il motore attorno a cui tutto ruota, attorno a cui Genovese costruisce questo vero e proprio gioiello.

Tecnicamente lodabile sotto tutti i punti di vista, ma il plauso speciale va alla sceneggiatura: la scelta di tradurre le domande scritte sopra in un gioco durante una cena in cui tutti i messaggi e tutte le telefonate sono condivise tra i commensali permette un’immedesimazione estrema.

La trovata è così semplice, ma al contempo così brutale, che penso che chiunque guardandolo ha percepito quel brivido lungo la schiena, e in questo senso è palese il bivio che si viene a creare tra lo spettacolo, e la vita personale.

Sono convinto che chi – a differenza mia – ha visto (o vedrà) la pellicola in compagnia avrà passato (o passerà) buona parte della visione con un emisfero del cervello concentrato a capire come gestire la pessima situazione in cui ci si viene a trovare a fine visione.

Per il resto il film diventa un’opportunità per parlare di amicizia (vera o presunta), relazioni, amori, segreti, tradimenti… l’intreccio è volutamente intricato ma permette allo spettatore di restare incollato allo schermo nonostante il tutto si svolga in un’unica stanza.

Cine-tatuaggio: eclissi di luna dietro la nuca (nascosta sotto i capelli)


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