Appena ho finito di vedere il film ho fatto quello che faccio sempre: segnarmelo su TvTime.
Normalmente lascio che passi un po’ di tempo prima di leggere qualunque cosa a riguardo: voglio che il film si sedimenti… in questo caso ho fatto una piccola eccezione e ho sbirciato i commenti e sono stato colpito da questo:

Nelle risposte in molti deridevano la validità del commento, e dopo aver dato un’occhiata al profilo di A, hanno sottolineato quanto fosse poco attendibile il giudizio di una persona che tra i propri film preferiti ha Black Widow e Cruella. Qualcuno ha riflettuto su quanto il cinema blockbuster anestetizzasse il gusto e disinibisse l’interesse ad altri tipi di film nelle persone.
Normalmente un amante del cinema – o un aspirante tale – intraprende la strada presa dai suddetti detrattori, eppure ho trovato il commento di A perfettamente conforme con il film in questione.

Come si può raccontare la noia senza annoiare? Puoi farlo, ma senza coinvolgere. Se invece l’obiettivo è immergere lo spettatore in questa noia, allora la bravura sta nel portarti a guardare la storia fino alla fine.
Ecco la tua risposta A: hai visto Lost in translation fino alla fine perché la sensazione di noia che hai provato era intenzione del film.
La noia in sé tuttavia non è il perno della storia, quello che si sottolinea è quanto l’essere umano è solo, e come la società rappresenti una fuga da questa solitudine.

La vita la si potrebbe vedere come una partita a golf in cui ad ogni colpo corrispondono i traguardi che si conseguono: titolo di studio, matrimonio, gravidanza… la pallina vola lontano, ma ogni volta la raggiungiamo e la lanciamo ancora più lontano.
La società si concentra sull’individuo ogni volta che questo effettua un lancio valutandone la qualità secondo dei canoni prestabiliti, l’individuo vive con intensità tutti i momenti che precedono il lancio, talvolta temendo il momento in cui ci si avvicina alla pallina temendo i fari che gli si posano addosso.
Vorrei continuare la metafora della partita a golf, ma non conosco abbastanza le regole.

Il concetto è che ci sono dei momenti nella vita in cui ci sentiamo completamente persi, indipendentemente dal fatto che possiamo essere giovani e con il mondo aperto avanti con le sue infinite possibilità, o adulti con una carriera in corso, una famiglia formata e gran parte dei traguardi raggiunti.
In quei momenti la solitudine ci fa sentire come immersi in acqua, intorno a noi tutto è fluttuante, e i suoni sono indecifrabili.

Bob e Charlotte sono due individui che vengono ritratti in un momento della loro vita in cui vivono esattamente queste sensazioni, e si incontrano in mezzo a gente che parla un’altra lingua, in un luogo che non appartiene a nessuno dei due.
L’intera costruzione della storia sembra un’enorme metafora, d’altronde l’ambientazione dell’hotel in terra straniera è estremamente comunicativa, ma a ciò si aggiunge il fatto che i due personaggi sembrano l’una lo specchio dell’altro, rivolto rispettivamente verso il passato e verso il futuro.

Ho un debole per ciò che è la filosofia del linguaggio, e un film che parla di impossibilità di comprensione tra individui lascia facilmente un segno, ed è questo che mi ha colpito del commento d’apertura: gente che parla del Cinema senza riuscire ad essere d’accordo, senza rendersi conto che semplicemente stanno chiamando con lo stesso nome due cose diverse.
Cine-tatuaggio: un ideogramma giapponese di cui ignoro il significato sul terzo dito del piede destro.

