Vivo su una strada trafficata, stare sul mio balcone di giorno vuol dire non essere capace di ascoltare la musica in cuffia anche se questa è al massimo del volume. La notte però è un mondo a parte e diventa il mio posto preferito, in particolar modo quando voglio rilassarmi prima di andare a dormire, leggere qualcosa o – come in questo caso – riflettere sul film appena visto.
Ormai sono entrato nel club di coloro che si informano sulla durata prima della visione per timore di non reggere, e i 130 minuti mi hanno spaventato non poco…
Quello che però dimentico ogni volta è che non è tanto la durata a fregarmi, bensì il ritmo.
Non ho niente contro i film lenti, semplicemente col tempo cominciano a diventare soporiferi se si sbagliano orari e condizioni.

Guardando questo film non verrebbe da dire a nessuno che il ritmo sia incalzante eppure non ho mai avuto attimi di cedimento.
Ha come un effetto vortice che ti trascina lentamente e con delicatezza in una danza circolare, e ti ritrovi a ruotare in queste storie di giovani che vivono la loro estate nell’Italia degli anni ’80.
In questo settembre ormai più che avviato, il film suggerisce un ultimo spasmo di estate, e non nego di aver provato una profonda nostalgia delle lunghe giornate di luglio dell’adolescenza, fatte di tutto e di nulla, ma cariche di un’energia misteriosa.
Elio, il protagonista, è nel pieno di questa danza quando giunge Oliver, lo studente che lui e la sua famiglia ospiteranno e di cui Elio si innamorerà.
La danza circolare si trasforma senza rendersene conto in una spirale, e man mano si raggiungono le curve più interne che fanno aumentare la velocità della danza.
Il ritmo aumenta sempre di più, i danzatori sono sempre più vicini al centro del vortice, tutto intorno appare diverso, eppure resta uguale a come era prima.

Alcune persone vedono i colori in maniera diversa, ma ai loro occhi quei colori alterati sono i colori corretti, e viceversa i colori corretti gli risulterebbero alterati. Ciò che fa sorridere è che le parole “alterato” e “corretto” sono del tutto arbitrarie, e dipendono esclusivamente da chi rappresenta la maggioranza nel contesto in cui vengono usate.
Con le parole Guadagnino ci gioca molto, non ricordo più quante lingue diverse vengono pronunciate anche solo una volta, e lì dove queste non arrivano arriva pronta la musica, che Elio cerca di afferrare col suo hobby di trascrizione sul pentagramma.

Ho sulle spalle davvero pochi film che raccontano storie d’amore e nulla più, e per buona parte della visione ho teso i sensi verso quelli che potevano rivelarsi poi dei colpi di scena, dei cambi bruschi di rotta, e invece no, tutto prosegue con la medesima accelerazione.
Poi si giunge alla fine, al punto in cui si è pronti ai titoli di coda, e Elio appena rientrato in casa si siede accanto a suo padre, che gli inizia a parlare.
Il monologo è di una bellezza disarmate, prende tutto quanto visto e te lo riversa addosso con un’energia esplosiva. Non commuoversi significa essere una statua di bronzo e non saperlo.
Dicono che alcuni film hanno il potere di cambiarti un poco, non pretendo di essere una persona diversa rispetto a due ore fa, ma avrei potuto passare la serata in molti modi diversi, e sono grato di averlo fatto guardando Chiamami col tuo nome.

Cine-tatuaggio: una stella di Davide sull’anca sinistra

