Barbie
Greta Gerwig
2023

Le regole vanno rispettate

Le regole esistono per un motivo, e quando siamo noi a dettarle è perché questo motivo ci è ben chiaro.
Avevo dimenticato perché avessi deciso di non andare mai al cinema troppo presto, e quindi ho prenotato il primo spettacolo dopo le 18. Per Barbie. Alla prima. Probabilmente non metterò più in discussione una mia regola.

Il film ho bisogno di riguardarlo al sicuro sul mio divano quando sarà disponibile, ma la visione in sala mi ha offerto un’esperienza unica a partire dal rapporto donna-uomo che era di 9:1 se non di più.

Come ogni film attira-pubblico la sala si è aperta a individui di ogni tipo, a partire dalle ragazzine che devono condividere su Instagram la foto della scena iniziale, le persone che arrivano in ritardo proprio davanti alla tua poltrona e si inerpicano in discussioni pitagoriche sul significato dei numeri stampati sulle poltrone (rigorosamente in piedi), e infine lei: la mamma femminista.

Inizialmente mascherata da “mamma chioccia” che alla prima canzone decide di supportare la figlia evidentemente lenta nella lettura, riportando a voce alta ogni riga dei sottotitoli, si rivela durante l’intervallo prima e a fine film poi con un pippone lavacervello su quanto la Mattel non potesse permettersi di affrontare le tematiche del femminismo in quanto le sue parole non possono che macchiarsi di ipocrisia poiché pronunciate dalla bocca di una società capitalista e patriarcale.

Che questi potessero essere dei dubbi relativi a un film del genere è fuori discussione, forse era proprio il retrogusto piccante che mi ha portato ad affrontare il viaggio in auto fino al cinema (senza aria condizionata).
Ma il recitare la filastrocca appena cominciati i titoli di coda mi ha dato la sensazione di trovarmi di fronte, anzi di spalle, alla classica persona che non ti ascolta e ti fa finire di parlare soltanto per dire la propria. La visione come già detto è stata parecchio tormentata, ma è decisamente assurdo criticare questo film proprio su questo aspetto.

La sensazione che ho provato guardando Barbie è stata quella di un film consapevole di esistere, che si fa carico di tutte le questioni che l’argomento trattato porta con sé e cerca di scardinarle una per una.
Sotto questo aspetto è estremamente meta-cinematografico, e non mi riferisco alle rotture della quarta parete (che in ogni caso ci sono), ma al fatto che sembra voler fare una disamina intorno al ruolo della bambola più famosa al mondo, ai suoi effetti sulla donna negli anni, alle sue controversie e contraddizioni, e intorno a tutto ciò ci costruisce una narrazione, ma lo fa dandoti la sensazione di assistere ad una donna che si ritrova da adulta a giocare con le bambole e a mettere in discussione tutto ciò che da bambina osservava senza analisi critica.

Al netto di tutti i problemi che ho avuto nel concentrarmi durante questa prima visione, trovo che il film sia riuscito a mantenere un ottimo equilibrio senza sfociare nel retorico oppure nella banalità.
Visivamente l’ho trovato meraviglioso, inutile dire che le parti nel mondo reale servono solo a riprendere fiato per immergersi di nuovo nei colori sgargianti e nella plastica.
Tematicamente trovo sia stato talvolta un po’ verboso, ma contemporaneamente non si può non dargli il merito di veicolare dei messaggi più sottili che vanno oltre il monologo strappa-applausi.

Il rapporto tra Barbie e Ken è uno degli aspetti che ho preferito. Se all’apparenza potevano sembrare un banale “femmina contro maschio”, ad uno sguardo più attento si rivelano essere le classiche due facce della stessa medaglia, la figura femminile, separate in due personalità il cui scopo è scindere due aspetti importantissimi: l’individualità e la ricerca del proprio posto nella società.

Barbieland ci viene mostrata come il mondo “reale” alla rovescia, un luogo in cui i Ken sono rappresentati allo stesso modo dello stereotipo femminile nel patriarcato.
In quest’ottica il percorso intrapreso dal protagonista maschile è una vera e propria lotta ai diritti che fa eco alle lotte femministe degli anni ’70.

Se il personaggio di Ryan Gosling ha bisogno di compiere un percorso di auto-riconoscimento, quello di Margot Robbie si scontra con i dubbi esistenziali, finendo col diventare davvero ciò che la bambola della Mattel si propone di essere: il simbolo in cui ogni donna può rappresentarsi.
Riflettendo sulla morte durante una festa fa morire la bambola e avvia un percorso di trasformazione in donna che durerà per tutta la narrazione, regalandoci un finale che ho trovato decisamente convincente.

Cine-tatuaggio: una B rosa sulla spalla destra.


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