A volte l’unico modo per liberare i pensieri dal groviglio in cui si sono ritrovati imbrigliati è prendersi del tempo e scrivere.
Ho sempre trovato molto affascinante il fatto che il pensiero che viene lasciato libero non ha alcuna forma reale finché non lo si osserva e non lo si mette sotto il proiettore.
Queste stesse parole assumono forma nel momento in cui le riporto su questa tastiera, ma prima di cristallizzarsi in pixel neri su pixel bianchi vagavano nella mia mente privi di forma e di contorni.
Questa capacità della mente è ciò che ha preso l’uomo e l’ha messo su un piano separato da quello di tutti gli altri animali, e tutt’ora rappresenta uno dei più grandi misteri, non tanto per la storia di cosa potremmo fare se usassimo il cervello al 100%, piuttosto per il fatto che siamo guidati da un linguaggio che presta il fianco a molteplici colpi, quali paradossi, errori, menzogne e cicli infiniti di pensiero, come il pensiero di pensiero.

Lars Von Trier è un autore che ho sempre trovato particolarmente interessante, di quelli che alla fine di un suo film non puoi tornare alla tua vita così come se niente fosse successo, al contrario grida “Analizzami!” con i suoi simbolismi sparsi ovunque.
I simboli principali sono presenti fin dal prologo: tre piccole statuette che rappresentano i tre mendicanti. Il bambino ci inciampa e cade oltre la finestra da cui entra la neve, mentre i suoi genitori ignari sono intenti a fare sesso.
Tre mendicanti, uno per ogni capitolo in cui è diviso il film (il quarto sarà una sintesi), uno per ogni fase del lutto che attraverserà la donna, uno per ogni animale che incontreranno nel bosco.

Lui e lei, non meglio identificati, saranno in perenne isolamento, e anche quando compariranno altri individui il loro volto non sarà mai visibile, a voler sottolineare quando il dolore ci faccia chiudere in noi stessi. Buona parte della pellicola si ambienta in un luogo che porta il nome di Eden ma che non ha nulla di paradisiaco. La natura di Von Trier è malvagia, è la chiesa di Satana, è la morte che ti insegue attraverso piogge di ghiande, un mucchio di zecche che si attaccano sul dorso della mano, la nebbia, la pioggia, gli animali del bosco, ognuno latore di immagini orrorifiche, come il feto morto ancora attaccato alla cerva, l’uccello dilaniato dalla madre dopo esser caduto dal nido, l’autocannibalismo della volpe.
Chaos reigns…
Oltre questi simboli evidenti è possibile individuarne un altro molto presente ma meno esposto, ovvero quello dei piedi.
Le scarpe del bambino sono invertite fin dalla prima inquadratura durante il prologo, ma ci si accorge del dettaglio solamente ad una seconda visione. Questi inciampa e muore.
La madre sente i piedi bruciare durante il tragitto verso la casa nel bosco, e in qualche scena successiva dovrà affrontare la sua paura attraversando il percorso indicatole dal marito.
Quest’ultimo si ritroverà a fine film con la gamba immobilizzata e dolorante, liberarsi del peso richiederà una lotta lunga e faticosa.
In ognuna di queste scene c’è un personaggio che conduce l’altro verso un cammino doloroso.
Quale migliore sintesi di quello che è la vita agli occhi du una persona depressa?

La tragedia viene affrontata in maniera antitetica dai due genitori rimasti orfani del proprio figlio: lei si concede all’emotività, lui tenta il percorso razionale, ma già nel primo capitolo percepiamo la distorsione di questa scelta quando decide di seguire la moglie in un percorso di terapia andando contro ogni buon senso e regola (anche in ambito cinematografico visto che quel dialogo è trapunto di scavalcamenti di campo).
La terapia si alterna al sesso che conduce al senso di colpa, alla frustrazione, alla disperazione, al dolore, alla ricerca di raziocinio che torna al punto di partenza e riprende il ciclo con dosi aumentate.
Dreams are of no interest to modern psychology. Freud is dead, isn’t he?
Appena la camera si allontana è possibile percepire delle distorsioni che sembrano suggerire un portale che connette la finzione della storia e l’esperienza reale vissuta dal regista, che ha scritto e poi diretto questo film durante una forte depressione che si è protratta anche nelle sue due opere successive andando a definire una vera e propria trilogia.
La depressione in questo senso diventa uno strumento creativo, e il risultato è potente e disturbante.

Ultimo appunto va all’estetica. Oltre che un aspirante cinefilo amo definirmi un aspirante fotografo, e ciò che ha da offrire Antichrist sotto questo profilo è davvero fuori dal comune. Ogni elemento dalla scelta delle inquadrature a quella dei colori è a livelli altissimi, al punto che vien voglia di metter pausa continuamente per soffermarsi sui dettagli in scena.
Cinetatuaggio: un triangolo sul polpaccio destro.

