The Fabelmans
Steven Spielberg
2022

Dichiarazione d’amore

Amare è una parola a cui la società ci insegna ad attribuire il giusto peso. Quando lo si prova per un’altra persona, dichiararsi troppo presto rischia di rovinare il rapporto, ma credo che dopo tutti questi anni il cinema non avrà problemi se approfitto di questo cine-tatuaggio per fare la mia dichiarazione.

In questi giorni sto ripercorrendo a ritroso i vecchi cine-tatuaggi per adattarne l’aspetto e rendere il sito coerente con la nuova grafica. Si tratta di un’operazione ripetitiva e potenzialmente noiosa che tuttavia mi ha permesso di comprendere una cosa molto importante.

Osservavo il mio diario online prendere sempre più forma quando ho iniziato a riflettere su come le immagini di anteprima dei vari articoli somigliassero a tante finestre, ognuna delle quali si affaccia su luoghi che avevo visitato qualche anno fa, e così nella mia memoria ho ripercorso storie di avventura, d’amore, drammi ispirati a eventi accaduti, o a eventi che potrebbero accadere in futuro, racconti fantastici ambientati in mondi meravigliosi, mostri divertenti o spaventosi, personaggi grotteschi, azioni incredibili.

Osservare i frame di quei film che ho amato è stata un’epifania, un invito a guardare questo film che era lì nella watchlist da mesi pronto ad essere goduto, colpevole solo di essere molto lungo (caratteristica che necessita un’organizzazione specifica e incastri d’orari).

Alla fine ho ceduto alla sua seduzione e in questa afosa domenica pomeriggio ho deciso di lasciarmi conquistare da The Fabelmans.
Credo di non aver mai pianto così tante volte per un film.

Il senso di colpa è un’emozione sprecata

Steven Spielberg è uno dei registi della mia infanzia, Indiana Jones e Hook sono tra i film che quando venivano proposti in tv per me era motivo di festa, e ogni volta che durante una pausa tra un cartone animato e l’altro la pubblicità mi ricordava dell’appuntamento serale provavo un’euforia che a pensarci oggi mi fa parecchia nostalgia.

Spielberg l’ho sempre considerato uno zio lontano che mi ha indirizzato verso la fabbrica dei sogni che è il cinema.

Una volta cresciuto ho avuto modo di esplorarla appieno, e mi si sono aperte mille porte.
Ho imparato ad apprezzare sempre più stili e sempre più generi, ma ogni tanto mi sono guardato indietro verso quei blockbuster che amavo da bambino, e ogni volta che ho riguardato un suo film non ho potuto non riconoscere in lui una potenza e una pulizia immortali.

È come se quell’uomo fosse nato per mantenere una macchina da presa.

Per questo motivo avevo la certezza che il modo migliore per omaggiare il mio rinnovato amore per la settima arte fosse gustarmi l’autobiografia di colui che in questa mi ha iniziato, e non potevo avere più ragione di così.

La storia di the Fabelmans è quella di Sam (alterego del regista), e del suo rapporto con la cinepresa, a partire dal suo primo film visto al cinema da bambino, fino ad arrivare al suo incontro con Hollywood.

Al centro della narrazione ci sono le vicende familiari, definite dal conflitto tra il padre Burt e la madre Mitzi, due figure estremamente sfaccettate e perfettamente umane nella loro tridimensionalità.

Da un lato un uomo devoto, sia alla famiglia che al proprio lavoro, alla ricerca di un equilibrio tra le due cose ma spesso proteso verso la seconda.
Brillante e intelligentissimo non riesce a capire appieno la potenza della passione del figlio per la cinepresa, tuttavia lo asseconda, lo supporta e ne apprezza le qualità.
Se nella biografia di Spielberg su Wikipedia si legge di una figura genitoriale spesso assente, in questo film ho ritrovato questo aspetto solo più avanti nella pellicola.

Dall’altro lato una donna dall’animo sensibile e una forte propensione all’arte, che è chiamata ad affrontare le scelte più difficili e dolorose, e che a causa di alcune vicissitudini sviluppa un rapporto estremamente complicato e intenso con il figlio.

Nella descrizione filmica si sente il profondo amore e rispetto riposto dall’autore nei due genitori che alla fine risultano essere i due personaggi con cui i miei condotti lacrimali sono stati messi più volte alla prova, soprattutto la madre interpretata da una bravissima Michelle Williams.

Sammy devi fare quello che il cuore ti dice di fare, così non dovrai la tua vita a nessuno

Credo di avere un debole per i racconti autobiografici, emozioni simili a questo film me le diede È stata la mano di Dio, ma nonostante io abbia la stessa origine di Sorrentino, mi sono trovato incredibilmente più in sintonia con il personaggio di Sam di quanto non lo fossi stato con quello di Fabio, probabilmente perché da ragazzino sognavo di fare il regista, e mi capitato più volte di coinvolgere i miei amici e fratelli per girare dei corti proprio come fa Sam.

Le vicende si sviluppano in un’atmosfera che sembra magica, quasi favolistica, come se fosse presente un filtro “infanzia” durante buona parte del film (almeno fino a che non si trasferiscono in California), filtro che ammetto ha contraddistinto molti anni della mia infanzia, e questa cosa ha permesso al film di invadermi totalmente, facendo vibrare delle corde assopite e riempiendomi di calore.

A circa 20 minuti dalla fine ho messo pausa per scrivermi una battuta che mi ha colpito, e scoprendo di essere quasi alla fine ho sentito il bisogno ancestrale di sbattere i piedi per terra e gridare “ne voglio ancora, non voglio che finisca!”.

Poi ho assistito alla scena finale, e quella rottura della quarta parete che Spielberg compie attraverso un movimento di macchina che si collega al dialogo precedente mi ha fatto sorridere al punto da perdonarlo per aver concluso un film da cui non avrei voluto staccarmi. Anche perché riflettendoci bene il film finisce nel punto in cui inizia a lavorare, e basta riprendere la sua filmografia per poter continuare la narrazione nella mente.

La grandezza del film a mio parere sta proprio nel mostrare come un artista metta se stesso dentro la propria opera e viceversa di come l’arte influenzi l’artista in maniera violenta.

In Escape to Nowhere, il film di guerra che gira a 14 anni con i suoi amici, raccoglie tutto il peso e senso di colpa e lo trasmette all’amico (e a noi spettatori) caricandolo al punto da scioglierlo in un pianto, nonostante si trattasse di un attore improvvisato.

Questo lavoro in particolare mi ha fatto venire voglia di recuperare le versioni originali, su YouTube sono riuscito a recuperarne una buona porzione.

A volte ci si dimentica che dietro i film ci siano delle persone, che dietro un progetto ci sia una figura il cui scopo è quello di tenere in piedi la veridicità della finzione rappresentata, che dietro una storia fittizia ci siano esseri umani in carne ed ossa con sentimenti, emozioni e pensieri.

The Fabelmans mi ha smosso qualcosa dentro, ed è probabilmente destinato a rientrare tra i miei film preferiti.

Cine-tatuaggio: un treno di profilo che percorre lo spazio tra l’indice e il pollice della mano destra. Un’auto sul pollice destro.


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