Lezioni di piano
Jane Campion
1993

Lezioni di ossimori

Dire che il film lascia senza parole sembrerebbe una presa in giro alla protagonista, ma è stata necessaria una notte e una mattina intere per poter prendere il coraggio e cominciare a dedicare un cine-tatuaggio a The Piano.

Scrittura e regia portano la stessa firma: Jane Campion, che scopro aver già incontrato ne Il potere del cane, film che eredita tanti elementi da questo fratello maggiore del ’93, dall’opposizione tra gentile e rude, all’amore tormentato, dal confronto con una natura maestosa e forte, alla relazione dell’uomo con la musica.

A proposito di musica, invito chiunque all’ascolto della colonna sonora, durante e dopo la lettura del cine-tatuaggio, tranne nel caso in cui non siate amanti degli spoiler, anche perché le tracce altro non sono che le linee di dialogo della protagonista Ada, che vede e parla attraverso le sue dita.

The Piano è un ossimoro, come lo è anche la parola pianoforte.
Si posiziona in una linea di confine che non permette di scegliere se definirlo come una favola senza elementi magici, oppure come una storia realistica ai limiti della credibilità, questo perché offre spazio a contrasti netti che per qualche ignota regola alchemica riescono a sfumarsi perfettamente.

Visivamente è mastodontico: ho avuto difficoltà a selezionare delle immagini, alla fine ho ceduto allo slideshow perché non riuscivo a scartare oltre.

L’ombra del passato

Il passato di Ada (Holly Hunter) viene suggerito in poche scene, e in ognuna emerge una storia diversa, come se da un lato la regista ci tenesse a sottolineare l’importanza di questo background, ma dall’altro ci mettesse in condizioni tali da renderne impossibile la comprensione.

La voce fuori campo iniziale sembra confermare la veridicità del fatto che Ada smetta di parlare a sei anni, ma dalle parole di Flora, la figlia, i suoi genitori si sono incontrati cantando, cosa che mette in discussione l’assunto precedente. Poi però il luogo di incontro si rivela essere un bosco costernato di elfi e fate, e il padre muore colpito da un fulmine.
Una storia così romanzata mi lascia immaginare da parte della madre un voler nascondere una verità ben più cruda, quasi mi viene da sospettare una verità tutt’altro che romantica dietro la nascita di Flora. Questo sempre se la storia è stata raccontata alla bambina dalla madre, e non è un’invenzione di quest’ultima.
Quasi alla fine del film, in una breve scena ci viene rivelato un cuore inciso in un tasto del suo Promperger con le lettere A e D.

Chi è D non ci è dato saperlo, ma a quanto pare la storia della bambina che racconta dei suoi genitori come innamoratissimi e uniti dalla musica potrebbe avere delle basi reali.

Non ci vengono proposti altri riferimenti diretti al passato, l’unico elemento che riporta alla vita in Scozia è il pianoforte, con cui Ada ha un rapporto ossessivo e oscuro: quando approdano in Nuova Zelanda la sua mano cerca la tastiera in maniera bramosa, il dover abbandonare lo strumento sulla spiaggia la sconvolge, probabilmente rompe categoricamente qualunque tipo di relazione con il marito che si è ritrovata a sposare la sera stessa.
Lo stesso piano viene mutilato, così come accade alla protagonista poco dopo, proprio a causa del tasto bianco.

Nella prima scena Ada ci viene mostrata mentre osserva il mondo attraverso le dita, è muta ma è in grado di comunicare attraverso la sua musica, non mi sentirei in errore dicendo che il piano e Ada sono un tutt’uno.

Rifacendomi a quanto detto sopra, la storia ha molto della favola, e immaginare un risvolto non realistico in cui la donna è legata allo strumento da una maledizione o un sortilegio risulta incredibilmente facile, se non ovvio.

Violenza ancestrale

Ad accompagnare la trama ci sono dei personaggi secondari incredibilmente sfaccettati, come il marito di Ada, Alistair Stewart (Sam Neill), che ci viene mostrato come uomo gentile, attento alla donna che ha sposato. Nonostante la velocità che contraddistingue le loro nozze, Alistair cerca di conquistarla lentamente nel tempo, risultando piuttosto freddo e distaccato.
La lentezza di questo corteggiamento accelera bruscamente alla scoperta del tradimento, scivolando nella violenza più becera, in una sequenza di stupro che fa venire il ribrezzo nei confronti del personaggio.
Dopo questo episodio tuttavia è Ada ad avvicinarsi a lui, con le sue regole e non celando il desiderio nei confronti dell’altro uomo. Il marito torna il gentile uomo di inizio film, e con una delicatezza che poco è concessa al genere di appartenenza, rifiuta il corteggiamento, offeso dal suo essere un ripiego.

Qui l’ultimatum, la scelta: da un lato Alistair, uomo gentile che lotta con la sua personalità rude e violenta, dall’altra la sua antitesi Baines (Harvey Keitel), un uomo ignorante, a tratti rozzo, completamente immerso nella cultura indigena e a stretto contatto con i nativi, che dimostra però un interesse sincero e passionale nei confronti di Ada, è attento a lei, e nonostante le apparenze si dimostra estremamente sensibile, ed è proprio questo aspetto che riesce a far breccia nella donna.

Nei confronti dei nativi Maori il marito è invece repulsivo, al punto da barricarsi in casa, tuttavia nonostante spesso si adoperi il termine primitivo per indicare persone particolarmente violente e cedevoli agli istinti bassi, è proprio lui colui che compie gli atti più violenti del film.
È ironico il modo in cui il capo Maori, uno dei veri primitivi, si ribella alla violenza (anche se solo rappresentata) nello spettacolo teatrale a inizio film, soprattutto perché la scena sembra esattamente la stessa a cui assisteremo più avanti.

Infine c’è Flora (Anna Paquin), che come tutti i personaggi di questo film è in balia di caratterizzazioni opposte, nello specifico le due forze in gioco sono l’innocenza e la maturità.

La prima è scontata, quasi ovvia, la seconda è derivativa del contesto in cui si ritrova, sul suo dover reggere sulle proprie spalle la condizione della madre, finendo con il diventarne un’interprete.

Dei quattro personaggi intorno a cui ruota la vicenda sembra paradossalmente la più forte: non ha segni di cedimento, non è intimorita dalle circostanze, e analizza la realtà con una freddezza spaventosa.

Contemporaneamente è la più leggera, si lascia trascinare dalla musica, abbraccia i tronchi in maniera sconveniente imitando i maori, osserva la madre mentre si lascia andare con Baines e sembra capire fino a un certo punto quello che sta succedendo.

Il momento in cui deve decidere quale sentiero intraprendere, se consegnare il pegno d’amore o se confidare il misfatto all’uomo che l’ha accolta insieme alla madre in questa terra ostile, è costruita magistralmente: lei, con le ali da angelo, che danza tra una scelta e l’altra, assolutamente inconsapevole delle conseguenze del suo gesto.

La consegna del tasto bianco di Flora, il comprare una donna attraverso il suo amato pianoforte tasto per tasto di Banes, gli atti di estrema violenza di Alistair Stewart, il tradimento nei confronti del marito di Ada. Ogni personaggio ha un momento del film in cui la propria scelta lo renderebbe detestabile agli occhi, in mano alla Campion questi caratteri assumono invece tale veridicità che se da un lato non si possono giustificare, dall’altro non si può che comprenderli.

La scena sarebbe potuta essere una di quelle in cui il bambino di turno viene detestato, e invece la Campion ha definito un bellissimo personaggio per il quale non si riesce a provare questo genere di emozioni, anche perché, a vederci lungo, è colei che permette alla trama di raggiungere la conclusione fiabesca del vissero felici e contenti, il tutto non senza la sconfitta del drago, che sorpresa delle sorprese, si rivela essere proprio il piano, e quindi una parte di Ada stessa.

Esteticamente la scena finale è l’apice del film: un piano che abbiamo incontrato su una spiaggia neozelandese esposto al mare agitato, finisce in fondo allo stesso, portando con sé il passato, dando alla luce una nuova donna, una nuova Ada

Cine-tatuaggio: un pianoforte stilizzato a lato dell’indice destro.


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