Ultimo tango a Parigi
Bernardo Bertolucci
1972

Ancora un altro ballo

Ci sono capolavori acclamati dai critici che quando li vedi e non ti piacciono sai che la colpa o è colpa tua o è loro.

L’aver destinato delle ore del tuo tempo a un film che aveva il dovere di restituirti qualcosa in quanto “capolavoro”, lascia sì l’amaro in bocca, ma altresì la consapevolezza di aver guardato quel titolo che prima o poi qualcuno nominerà e tu potrai dire: “sì, l’ho visto”.

Quando capita con un film qualunque è molto peggio, hai davvero la sensazione di essere stato derubato del tuo tempo.

Ma che si parli di un capolavoro o di un filmaccio, se un qualcosa non ci è piaciuto, con ottime probabilità non lo rivedremo mai più.

Siamo creature mortali, e se spesso perdiamo il tempo dimenticandoci di quanto esso sia prezioso, difficilmente siamo disposti a dedicarlo a un film che la prima volta non ci era piaciuto.

Pensavo anche io così, poi è arrivato Blade Runner, e riguardandolo ho realizzato che forse il rewatch non va concesso soltanto ai film che abbiamo apprezzato.

Così ho dato una seconda opportunità a Ultimo tango a Parigi, che guardai e trovai carino, ma in maniera passiva e sicuramente discostata.

Non solo ho avuto conferma di quanto detto sopra, ma in questo caso è stato lo stesso film a farmi un discorso sull’argomento, un discorso che ha ribaltato completamente la situazione e di cui parlerò in chiusura.

Paul è un vecchio decadente con la prostata ingrossata e le emorroidi.

Ma agli occhi di Jeanne – e ai nostri – Paul è Marlon Brando: un uomo misterioso e affascinante, con un passato avventuroso e un presente tormentato.

Non è chiaro cosa scatta di preciso durante il primo incontro, ma i due si attraggono a vicenda e si lasciano andare all’erotismo puro.

Lo spettatore non può che lasciarsi travolgere da questa tensione sessuale, e dentro di lui si insinua un piccolo desiderio che col proseguire della pellicola lievita a dismisura fino a diventare opprimente e difficile da tenere a bada: il film mostra un’ipotesi fantasiosa di un luogo fisico in cui due persone – senza sapere nulla l’uno dell’altra – si incontrano regolarmente, e si amano.

Nel 2023 è impossibile immaginare cosa possa aver scaturito la censura che ha reso Ultimo tango un film “maledetto”, ma credo che più che le scene esplicite (che volendo essere sinceri non sono neanche così tanto estreme) siano stati proprio i pensieri esposti, puniti alla stregua del thoughtcrime orwelliano in 1984.

Sotto questo aspetto Bertolucci non si trattiene e fa terra bruciata di tutto ciò che una persona “per bene” può concepire, e in questo senso la scena del rapporto anale diventa sicuramente uno stendardo di questo discorso:

Segreto di famiglia? Te lo dico io il segreto di famiglia. […] Voglio farti un discorso sulla famiglia: quella santa istituzione inventata per educare i selvaggi alla virtù… E adesso ripeti insieme a me […]: santa famiglia, sacrario di buoni cittadini, dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia, dove la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà è assassinata dall’egoismo…

Paul (Marlon Brando)

Il simbolismo la fa da padrone: il primo incontro tra i due amanti è anticipato da un gatto, l’ultimo da un topo morto, nel mezzo vengono imitati animali e con uno stacco ci vengono mostrati veri animali in gabbia.

La scena iniziale viaggia su tre piani verticali su cui camminano Paul, Jeanne e un treno, un treno si interporrà fra quest’ultima e Tom durante un litigio che ribalta i ruoli descrivendo come corrotto il rapporto “ufficiale”, e intrinsecamente dando potere a quello segreto e proibito.

E ancora simboli sono rappresentati  dalle porte che Tom spalanca una dopo l’altra per riprendere l’appartamento di Jeanne, mentre Paul, in un’altra scena, percuote con una serie di pugni mentre litiga con la madre di Rosa, per poi chiudere una ad una quelle delle stanze da cui delle teste curiose si affacciano; o ancora le luci, che vengono spente in tutto l’albergo per far tacere il sassofono, luci e suoni che invece Tom insegue con la sua macchina da presa ingorda.

Insieme ai simboli abbiamo le contrapposizioni: vecchio e giovane, vivo e morto, albergo e casa, marito e amante… contrapposizioni ben evidenziate da tantissime inquadrature spaccate a metà con tinte e tonalità talvolta estremamente in contrasto.

Ogni simbolo e ogni scelta sono dense di significato, e il film in questo senso fa venir voglia di esser rivisto proprio per coglierne ancora, e posso dire che nel cercare di ricordare dialoghi e inquadrature mi è capitato di riguardarne delle parti e rimanerne nuovamente ammaliato come fosse la prima volta, e invece erano passate poche ore dall’ultima visione.

So per certo che tra l’altro le citazioni culturali non si risparmiano, durante la scorsa visione colsi il riferimento a l’Atalante, ma ignoravo il fatto che il personaggio di Tom impersonasse un tipico regista della Nouvelle Vague che se iniziassi a scoprire adesso mi farebbe poi tornare su Ultimo tango con infinite nuove suggestioni e osservazioni.

Tra i simboli ho citato le porte, i treni, le luci, i suoni, gli animali… eppure ce n’è uno che non ho nominato e che è secondo me quello più significativo: lo specchio.

Nella scena dell’incontro è proprio attraverso uno specchio che ci vengono mostrati i due protagonisti, e nel caso di Paul lo specchio è a pezzi.

Nelle scene successive saranno molteplici i momenti in cui i due parleranno tra loro usandone uno come mediatore, che sia il piccolo specchio con cui Paul mostra alla camera il suo occhio spento, quello del bagno quando Jeanne inizia a domandarsi il perché dei loro appuntamenti, o quello nella sala del tango, in cui l’incantesimo è bello che infranto, e resta solo un po’ di alcol a tentare di trattenerlo.

Questa scelta forse vuole sottolineare la magia del luogo quasi fosse un amore through the looking glass che si rivela poi essere nient’altro che un sogno infantile (“È come quando da piccoli si gioca a fare i grandi.” per citare Jeanne); o molto più semplicemente è una riflessione sul guardare l’altro che – in quanto sconosciuto – non può che portare a guardare te stesso.

Il gioco di immaginazione è seducente e stimolante, ma ha un’amara conclusione: col tempo il gioco proibito diventa abitudine, la vita nel mondo esterno procede e l’incantesimo si spezza. Messo alle strette Paul è costretto a sollevare il velo del mistero, e si rivela agli occhi di Jeanne per quello che è, finendo per rendere tutto ancora più complesso, e scavandosi da solo la fossa.

Come detto nell’introduzione, il modo in cui Ultimo tango si conclude mi ha offerto uno spunto di riflessione sul riguardare film: se ripenso a  quanti – fra quelli che ho apprezzato alla follia in passato – quando li ho rivisti tanto tempo dopo mi hanno deluso, mi viene in mente Gulliver naufrago a Brobdingnag, e in particolare l’episodio in cui si ritrova ad essere oggetto di divertimento per delle donne giganti che lo prendono tra le dita e lo infilano nelle scollature provocandogli disgusto e ribrezzo a causa di tutte le imperfezioni e mostruosità che risultavano nel vedere dei corpi così tanto da vicino.

In questo senso ciò che ci piace, visto da troppo vicino o con troppa avidità, si rivela terribile, quasi rigettante.

E quindi lunga vita ai rewatch, ma di film che in passato non ho gradito.

Cine-tatuaggio: un topo morto dietro la spalla.


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