Non avrai altro Dio all’infuori di me

Se quello del Decalogo è un progetto decisamente impegnativo, il dover rappresentare il primo dei comandamenti lo è ancora di più.
Fare in modo che 55 minuti siano funzionali al progetto sembra impossibile, e solo una scelta minuziosa dei tempi può essere d’aiuto.
Kieślowski si rivela all’altezza, e descrive una storia intensa, ricca di riflessioni e di elementi simbolici.
Non nominare il nome di Dio invano

Ho faticato a identificare il comandamento all’interno della storia, anche se un’idea alla fine me la sono fatta.
Ancora una volta la storia si rivela molto significativa relativamente al rapporto uomo-Dio, e la scelta dei temi molto umani vanno a favore dello spettatore.
Molto interessante il rapporto trai personaggi e la caratterizzazione degli stessi.
Essendo il secondo film non trovo saggio sbilanciarmi, tuttavia comincio a notare una serie di caratteristiche stilistiche che mi piacciono davvero molto.
In generale trovo meraviglioso l’intero progetto, e dopo questi primi due episodi mi trovo a riconoscere che in meno di un’ora si può dire molto più di quanto ci si immagina.
Ricordati di santificare le feste

La vicenda umana mai come in questo capitolo sembra sovrapporsi a tutto il resto.
La lotta per la vita qui assume significati differenti e il giorno della vigilia sembra essere soltanto un pretesto per descrivere un viaggio metafisico: come un moderno Dickens, Kieślowski ci accompagna durante la notte più magica dell’anno attraverso luoghi freddi e tristi dove l’aria di festa servita per antipasto a inizio film si rivela sotto tutt’altro aspetto nelle portate successive.
Interessante l’apparizione del padre del primo capitolo che oltre a dare unità al progetto fa tornare a pensare a vicende già viste, un po’ come a volerci ricordare che nonostante ognuno può raccontare una storia, facciamo tutti parte di un’unica enorme ragnatela.
Onora il padre e la madre

Arrivati al quarto capitolo, ci si inizia a muovere con più sicurezza, si ha più praticità all’interno degli ambienti e si riconoscono subito gli elementi simbolici ricorrenti.
Prevedendo tutto questo, il regista propone una storia incredibile fatta di tensioni forti e risvolti che incollano allo schermo.
Sensazioni e stati d’animo traboccano dalla recitazione impeccabile dei protagonisti coinvolgendo e sconvolgendo lo spettatore.
Non uccidere

Il comandamento più crudo viene mostrato con una potenza visiva impressionante.
La trama confonde con gli stacchi sui personaggi nei tempi differenti, la fotografia è distorta quanto gli argomenti trattati questo almeno in principio.
Dopo l’udienza tutto si allinea, e l’orrore della morte assume il volto umano e l’occhio – abituatosi al verde – assiste alle scene finali illuso consapevolmente e immerso con tutto sé stesso nella tragedia.
Non commettere atti impuri

Nudo e crudo il comandamento viene trasgredito fin dall’inizio, il castello di pregiudizi si erige in pochi secondi e poi crolla su se stesso senza fare rumore.
Una storia di cui si immaginava il tragitto vira completamente verso la direzione opposta e si trasforma in una parentesi sull’amore inaspettata.
Non rubare

Qui il comandamento è motivo di dubbio, il film si propone come ipotesi e si sviluppa lungo percorsi altalenanti che attraversano le emozioni di cinque personaggi con un’abilità di sintesi che in pochi oltre Kieślowski sono capaci di manifestare.
La questione proposta è complessa e priva di un punto di vista fisso.
Come al solito i titoli di coda compaiono senza rendersene conto.
Non dire falsa testimonianza

Poco da dire sul comandamento in sé, forse, o in ogni caso mi sembrava il meno ricercato tra quelli proposti.
Molto più interessante è l’intreccio, la vicenda, i temi paralleli e i collegamenti.
Questo è il capitolo che più di tutti mette in risalto le assonanze, le differenze e i contrasti presenti nelle storie di quelli precedenti, e lascia dei puntini sospensivi su un discorso che è sicuramente uno dei cardini di tutto: ogni individuo che incontriamo – nel film, ma soprattutto nella vita- ha una propria storia, e di quella storia ognuno è protagonista.
Non desiderare la donna d’altri

Pur non essendo il primo a parlare d’amore, è sicuramente il capitolo che lo affronta in maniera più intensa.
Rispetto alla struttura abituale riesce a entrare subito nel pieno della vicenda ed è capace di affiancare ai simboli a cui ci si era abituati – usati ancora una volta in una maniera più che interessante – una serie di giochi di macchina veramente d’impatto, uno su tutti quello dell’inquadratura in cui Roman si specchia e la sua immagine viene riflessa ripetutamente.
Non desiderare la roba degli altri

Ultimo dei dieci capitoli, una chiusura che lascia alla mente lo spazio di ripensare a tutti gli altri senza proporsi con particolare prepotenza.
Come un abile pittore, Kieślowski dona alla sua tela le ultime pennellate descrivendo la storia di due fratelli ai quali il fato serba una sfida ben più ardua di quella che sembra emergere dalla visione.
Considerando il tono che si respira in chiusura trovo che la scelta sia tutt’altro che casuale, soprattutto confrontandolo con il modo in cui termina il primo capitolo.
Considerazioni finali

I dieci medio-metraggi funzionano, coinvolgono, emozionano.
Se ci si poteva immaginare – essendo il tema un tema religioso – una qualche sorta di indottrinamento, fin dal primo, continuando con gli altri nove, i capitoli dimostrano invece un profondo interesse di Kieślowski nella condizione umana.
Il Decalogo si rivela essere un interessante esperimento sociale che traccia le sfumature dei vari abitanti di Varsavia.
Molto interessante è il modo in cui gioca con lo spettatore, una sorta di rituale che si ripete passo dopo passo: un approccio distaccato alla storia che lascia entrare il pregiudizio, l’abbattimento del pregiudizio e la cattura dell’attenzione fino alla fine.
Molto significativo è anche l’uso della simbologia e degli elementi ricorrenti, come il personaggio muto interpretato da Artur Barciś , immagine di un Dio silenzioso che non è estraneo alle sofferenze umane, e come l’elemento dell’acqua che rappresenta simbolicamente un legame emotivo con la natura.
Cine-tatuaggio: Due tavole di pietra con una “V” incisa, sulle tibie in basso, alla base delle gambe, come sostegno.

