Dopo aver visto questo film sarà impossibile non citarlo in qualunque discussione relativa al tema del narcisismo. Sick of myself racconta la storia di una coppia impegnata in una relazione che definire tossica è dire poco.
L’espediente narrativo permette di raccogliere il disagio sociale che normalmente ha la sua manifestazione più esemplare sui social network, ma portato fuori dal digitale attraverso un percorso di autodistruzione che ha come unico scopo quello di catturare l’attenzione dei riflettori.
La protagonista della vicenda personifica tutto il marciume che ruota intorno alla celebrazione vuota di sé stessi, all’attrazione verso lo shock, al bisogno di stimoli costanti, e di sentirsi migliori degli altri.

Il suo compagno Thomas è un artista, o un presunto tale. Le sue opere derivano da oggetti rubati, soprattutto sedie e poltrone. Non sembrerebbe essere possibile aggiungere altro, ma lui con le parole ci sa fare, e riesce a gonfiare questa pochezza per ottenere seguito, mostre e interviste, cosa che sembra non piacere particolarmente a Signe, che a differenza sua risulta poco interessante, senza opinioni valide e priva di ogni tipo di carisma.
Gli incontri sociali mostrati nel primo atto sono un continuo di tensione, e da spettatori abbiamo un punto di vista che fa particolarmente attenzione al modo in cui i due che si rubano la scena in continuazione, in situazioni che suscitano non poca ilarità.
La ragazza sembra sprofondare di fronte a tutte le armi di Thomas, ma la svolta giunge come per caso a seguito di un incidente sul lavoro: una donna viene azzannata da un cane e la ragazza la soccorre e ferma l’emorragia, apparentemente salvandole la vita.
L’identità di Signe, prima vuota e insipida, si fa scudo di questo aneddoto intorno a cui farà ruotare ogni argomento di discussione con gli amici.

Proprio come accade sui social però, l’evento sicuramente inusuale a un primo ascolto, diventa ridondante nel corso delle settimane, e tutti perdono interesse. La ragazza che aveva appena cominciato a risultare interessante per pochi minuti, torna al punto di partenza, e qualcosa scatta in lei, un qualcosa di terribile e spaventoso come un burrone di cui non si vede il fondo, burrone dinnanzi al quale Signe decide di tuffarsi di testa.
Inizia così un percorso di autodistruzione volto a portare l’attenzione altrui verso di lei, un percorso folle e senza ritorno, una follia che prende possesso delle scene stesse del film, rendendo impossibile per lo spettatore capire se ciò che si sta guardando sta accadendo davvero, o soltanto nella testa della ragazza.
In molte di queste scene oniriche il personaggio del padre fa spesso capolino, come se fungesse da capro espiatorio per la ragazza facendomi riflettere su un fattore molto reale, ovvero la tematica della deresponsabilizzazione da parte dei giovani adulti e del delegare ad altri (spesso ai genitori) le cause dei propri disturbi usando però quest’analisi non come espediente per poter superare il proprio limite, ma come giustificazione.
Non a caso il secondo personaggio che compare spessissimo nelle “visioni” è l’amica giornalista, detentrice di un potere che per Signe rappresenta tutto ciò a cui si potrebbe ambire.

Il ritmo è scandito con maestria, e riesce a restituire un divertimento macabro, a cui però il grottesco talvolta riesce a stordire con impennate improvvise.
La vicenda esplode, e non si può non seguire la storia fino alla fine in questa altalena di emozioni contraddittorie.
Dopo i titoli di coda il film continua a orbitare intorno, e con una semplicità insolita ci si muove avanti e indietro tra le scene di questa storia folle.
Nel cinema esistono delle figure retoriche ricorrenti, tra le tante spiccano la metafora e l’iperbole. Kristoffer Borgli dimostra particolare maestria nel manovrarle: nel caso della prima riesce a non confonderla con la similitudine, evitando ogni forma di “come”. Nel secondo esagera, ma lo fa perché può permetterselo, e perché il messaggio, per arrivare in un certo modo deve tener conto di tutti i filtri attraverso cui esso passa.
Il film riesce a raccontare la realtà senza risultare mai scontato, ogni sua parte potrebbe essere scomposta e chiunque riuscirebbe a individuare una situazione personale riguardante amici o conoscenti che le calza a pennello, riuscendo ad essere, come detto, una metafora perfetta.

Cinte-tatuaggio: un punto interrogativo rosso sulla fronte, fatto solo per farmi domandare il significato dalle persone.

