Un film ancestrale, che scava nel profondo di quello che sono gli esseri umani e indaga su possibilità alternative fatte di gabbie e addomesticamenti.
Dogtooth restituisce al termine della visione quella sensazione di orrore che ti accompagna per ore, complice la storia sconvolgente estremamente distante da ciò che ci si potrebbe aspettare da una trama di un film, ma anche il modo in cui questa viene mostrata allo spettatore, estremamente pulita e delicata.
Nei primi minuti del film ci viene presentato il personaggio di Christina, che viene accompagnata in casa con gli occhi bendati così da non sapere in quale luogo avvengono le vicende assurde a cui si troverà ad assistere, e a cui assisteremo anche noi.
La sua reazione a quell’ambiente è di indifferenza colpevole. Non c’è un momento in cui Lanthimos suggerisce da parte di Christina una sottomissione, o una paura che le impedisce di intervenire, lei è algida, spietata, e questo contribuisce a far stridere la storia ancora di più, al punto tale che viene da domandarsi se le vicende a cui assistiamo non siano in realtà una alternativa alla nostra.

Basta riflettere un po’ per scartare totalmente quest’ipotesi, ma è impossibile non porsi la domanda poiché tutto l’addomesticamento che ricevono i tre figli del protagonista, viene in qualche modo inflitto allo spettatore stesso, che fin dal primo momento si trova ad essere violentato in quello che è ciò di più antico nella nostra identità di animali razionali: il linguaggio, solo che se per i tre ragazzi l’operazione funge da metodo di educazione, in noi assume il ruolo di lavaggio del cervello.
La scena del mangianastri che associa ad alcune parole dei significati completamente alterati sembra un piccolo dettaglio straniante fra i tanti, ma nel corso della storia diventa sempre più chiaro lo scopo, e unito alle bugie e alle assurdità, definiscono il processo completo di addomesticamento.

Ciò che spaventa maggiormente è l’assenza di malvagità, dovuta al contesto che rende le bugie e le azioni prive del loro reale significato. Le azioni compiute dal padre, in primis, e dalla madre sua complice, partono da un desiderio malato di protezione che sfocia nel piacere del controllo (evidenziato dall’erezione del padre mentre i figli fanno una gara di apnea per vincere gli adesivi).
Il contesto nel quale vengono rinchiusi i loro tre figli, che venga inteso come prigione fisica o mentale, determina una moralità completamente nuova all’interno della quale si verificano episodi di oscenità estrema se analizzata con i nostri parametri, ma che in quel contesto è stravolta, ammissibile e giusta.
Può un prigioniero definirsi tale se non sa di esserlo e non ha desiderio di essere liberato dalle catene?
L’equilibrio viene sconvolto quando Christina dà a una delle due ragazze delle videocassette di film famosi quali Lo squalo, Rocky e Flashdance, e questa viene completamente rapita da quelle visioni, a tratti impazzisce, e mi viene da sorridere a pensare che in un mondo di matti bisogna esserlo altrettanto per poter additare una persona e definirla tale.
La scelta di sconvolgere quel delicato equilibrio per mezzo del cinema mi ha spinto a ricercare metafore che potessero in qualche modo addolcire la pillola e, creando un distacco dalla vicenda, restituirle un attenuante.
Ne ho individuate due, una meno plausibile dell’altra.
Alla fine mi sono riscoperto invischiato in un’impresa non dissimile da quella dei tre ragazzi: cercare di unire i pezzi di un puzzle senza sapere se ci sono state alterazioni con le forbici, se i pezzi sono tutti o se banalmente fanno parte di un singolo puzzle.

In quest’ottica Dogtooth, e il cinema in generale, potrebbe essere per gli spettatori quello che gli aerei sono per i ragazzi, ovvero un elemento estraneo che talvolta entra in contatto con la nostra vita, ma le cui proporzioni non hanno alcuna coerenza, a meno che non lo si guardi con occhi innocenti e menti inconsapevoli.
Cine-tatuaggio: Un pesetto stilizzato sul labbro superiore, all’altezza del canino.

