La la land
Damien Chazelle
2016

Perché i tramonti son pupazzi da levare?

Quando mi chiedono qual è il mio genere di film preferito sento sempre crollare la voglia di continuare la discussione sul cinema con quell’interlocutore. In primo luogo perché nell’insieme dei film concepisco due soli generi: quelli belli e quelli brutti, in secondo luogo perché spesso chi pone la domanda non accetta questa riflessione, e elenca di contro quelli che proprio non gradisce, e nove volte su dieci c’è il musical.

C’è chi da questa preferenza cercherebbe un significato antropologico, un desiderio dello spettatore di rivedersi nella narrazione, e sicuramente una storia che interrompe di continuo i dialoghi scaraventando i personaggi coinvolti in canti e coreografie non restituisce minimamente questa voglia di vero.

Personalmente mi permetto di dissentire in toto, e voglio farlo parlando di La la land, che ho recuperato dopo otto anni dalla sua uscita e mi ha fatto perdere la testa.

Another day of Sun ci introduce al film con il suo magnifico piano sequenza, il traffico diventa un motivo per riflettere sulle persone e i loro sogni. Sembra di assistere a una scatola di giocattoli di un bambino riversata sull’autostrada, man mano che le note si susseguono la macchina da presa cattura ballerini, musicisti, skaters, modelle, personaggi di ogni tipo che come minimo comun denominatore portano con sé il racconto del sogno americano più classico, che a Los Angeles assume una connotazione ancora più forte se legata al sogno di una carriera nel cinema, carriera che Mia, protagonista femminile, insegue ormai da sei anni.

La scansione della storia in stagioni racconta la ciclicità, così come la scelta dei momenti della giornata.
Se la mattina è protagonista delle riprese iniziali, delle introduzioni dei protagonisti, e del loro incontro ufficiale, è la sera a prendere il sopravvento nella maggior parte del film, e in particolare i tramonti, che restituiranno a certe scene un’unicità e una bellezza rari.
D’altronde il tema ricorrente non è un caso se si chiama City of Stars.

Trovo che il primo inverno sia un piccolo capolavoro, e insieme alla primavera definiscono un primo tempo impeccabile in cui la narrazione è fluidissima e intrigante, fatta di perfetti esempi di show, don’t tell. Le musiche e le coreografie fanno venir voglia di alzarsi dal divano e ballare con i personaggi, e la solita storia trova un modo originale di essere raccontata.

Dall’estate in poi il film smette di essere un musical, non perché non abbia più la componente “canzoni”, ma perché questa viene integrata in maniera naturale all’interno della vicenda, che sia una musica di sottofondo, un concerto oppure una canzone cantata al piano. Unica eccezione è Audition, che rappresenta la sintesi del ragionamento sul musical che annulla tutte le critiche indicate all’inizio di questo articolo, ovvero un momento in cui Chazelle sfrutta la fotografia per rappresentare ciò che in un fumetto sarebbe raffigurato da un baloon tratteggiato, e in un libro una riflessione.
Fatto sta che la musica diventa uno strumento per trascendere il limite del “realismo” cinematografico, e racconta la storia dal punto di vista emotivo.

Tutta la scena dell’audizione è il punto più alto del film, a partire da come viene costruita fino al modo in cui esplode.
Emerge una protagonista estremamente profonda, sensibile e amabile, con una determinazione che nasce da un’eroina familiare in cui da bambina ha riversato le sue energie e attenzioni e le ha plasmate in un obiettivo di vita: diventare un’attrice.

La la land racconta di quanto la determinazione non basti, e di quanto al tempo stesso sia fondamentale. Richiama l’attenzione su ciò che ti circonda, riflette sul fatto che il grande amore della tua vita potrebbe essere a pochi metri da te, magari mentre sei in coda nel traffico pensando ai fatti tuoi. Fa riflettere su come le cose cambino nonostante sembrino restare sempre uguali a loro stesse, di come ciò che percepiamo come fallimento potrebbe in realtà nascondere un germoglio che stravolgerà in positivo la nostra esistenza. Di quanto è importante scegliere le persone di cui circondarsi, dell’importanza di non essere focalizzati su sé stessi e di avere il coraggio di alzarsi e andarsene quando qualcosa non ci va bene.

Mia (Emma Stone) e Seb (Ryan Gosling) sono una coppia meravigliosa, il loro rapporto è così forte da sembrare finto, ma allo stesso tempo è scritto così bene da sembrare autentico, e raggiunge il suo apice nell’epilogo in cui la musica ancora una volta prende il sopravvento e racconta un’ipotesi non reale in cui ripercorriamo tutta la storia che miscela verità e finzione, per poi far tornare i piedi per terra.

Look at this view.
I’ve seen better.
It’s the worst.
Yeah…
I’ve never been here during the day.

La semplicità del dialogo finale tra i due prima dell’epilogo mi ha catturato. Probabilmente ci vedo più di quello che l’autore intendeva inserirci, ma mi offre così tanti spunti di riflessione che alla fine non importa se sto ammirando un’opera in un museo d’arte contemporanea per poi scoprire di aver apprezzato l’estintore, dopotutto è ciò che si muove dentro di me che ho intenzione di registrare su queste pagine virtuali.
In questo caso ritorna la riflessione relativa alla luce.
Se per tutto il film il tramonto è stato onnipresente (elemento che ho scoperto informandomi successivamente ha creato non poche difficoltà alle riprese), è anche vero che ciò che ci fa davvero crescere è imparare a riconoscere la bellezza nascosta nello scontato e nel banale.
In quella scena ho percepito una maturità nei personaggi che si conferma nei loro ultimi sguardi.

Cine-tatuaggio: una nota musicale sul petto.


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