Paradise (trilogy)
Ulrich Seidl
2012

Paradise: trilogy

Paradise: Love

Un cinema molto particolare quello di Ulrich Seidl che si libera delle solite convenzioni e si presenta con trame semplici (o assenti!) ed attori privi di ogni possibile fascino (ma non eccessivamente estremi da risultare grotteschi); la sua è una regia interessante che guadagna ulteriore bellezza grazie alle meravigliose ambientazioni del Kenia.

Il contrasto tra la cultura europea e quella africana – per quanto circoscritto al contesto molto specifico del turismo sessuale – trapela una serie di sensazioni e di riflessioni che trasudano naturalmente dalla storia.

Come al solito sento che l’aver visto soltanto una parte di un progetto composto da più film renda il mio giudizio privo di elementi fondamentali, a maggior ragione se si tratta di un trittico di un regista simile.

Cine-tatuaggio: una piccola balena sulla natica destra, una scimmia sulla sinistra

Paradise: Faith

La protagonista di questo secondo capitolo porta sulle spalle tutte quelle che sono le contraddizioni, gli estremismi e i veri e propri mostri che si generano da una devozione che ha origine dalla paura e dalla frustrazione, devozione che non sembra lontana da una certa follia e che sfocia in situazioni estreme.

Agli occhi dello spettatore risulta sicuramente eccessiva, ma non per questo non verosimile: come nel precedente film, anche qui il tema affrontato – la fede – è sporco, umano e priva il nome di ogni possibile riferimento che normalmente suggerirebbe.

Ciò con cui va a scontrarsi è la poverissima periferia austriaca, che tenta di convertire; e il marito, che dopo due anni d’assenza la mette di fronte alla sua ipocrisia, e in un qualche modo alla sua malattia.

Cine-tatuaggio: il segno di una frustata sulle ginocchia.

Paradise: Hope

Il sipario sul simbolismo si alza, la speranza chiude il cerchio, una speranza che diventa l’unico appiglio in un mondo estremizzato mostrato nelle due situazioni  precedenti.

Siedl sceglie tre protagoniste femminili ognuna delle quali ha ricevuto un trauma da un uomo, e sviluppa un unico percorso verso una specie di salvezza (almeno così interpreterei il titolo della trilogia) che percorre la corruzione umana, di chi ha perso l’orientamento, cerca un amore innocente senza poterselo permettere, si rifugia in una fede trovata come fuga dalla realtà e da se stessi, e si riversa su Melanie – giovane protagonista di questo capitolo conclusivo –  che si rivela essere portatrice di tutta questa sofferenza.

E infatti è in un campo per dimagrire (simbolo delle nuove generazioni che tentano di liberarsi dal peso di quelle vecchie) e oscilla in un mare di piccoli frutti della corruzione che sembrano inermi, ma che di fatto sono solo ancora troppo acerbi; in questo mare emerge la figura maschile del dottore che viene coinvolto in una “relazione” pericolosissima che sfiora di poco il baratro dell’orrore.

Cine-tatuaggio: uno stetoscopio sul cuore.


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