Il sale della terra
Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado
2014

Il sapore amaro della realtà

Chi ha provato ad avere un progetto online come un blog sa bene quanto può diventare complicato portarlo avanti nel corso degli anni, e più passa il tempo più riprendere a scrivere è faticoso.
Ci sono film che li vedi e senti che non vuoi che l’esperienza termini con i titoli di coda, continui a rimuginare, le immagini persistono sulla retina per ore e ore dopo la visione, vai a dormire e al risveglio continui a pensarci, ti riempie i pensieri e muta in quella che assume l’aspetto di una bomba di energie, che deve necessariamente condensarsi in qualcosa, un qualcosa che nel mio caso è un cine-tatuaggio.

Il sale della terra racconta il percorso artistico di Sebastião Salgado attraverso i suoi scatti più significativi, progetto dopo progetto.

Verrebbe da chiedersi quale fosse la necessità di raccontare una storia simile, praticamente già scritta, attraverso la regia di Wim Wenders.

L’estrema semplicità della struttura narrativa, che in buona parte rasenta una presentazione powerpoint di scatti con voce narrante che li descrive, è in realtà una resa del regista, costretto a riconoscere l’impossibilità di raccontare un fotografo se non attraverso le sue opere.

Ad arricchire l’esperienza, il film ti conduce nei luoghi in cui il fotografo brasiliano ha vissuto i suoi anni di attività.

Fa quasi paura riflettere sui periodi che intercorrono tra un progetto e l’altro, ancora di più ne fa comprendere quanto sacrificio vi sia dietro la scelta di raccontare il mondo attraverso l’ottava arte.

Oltre al già citato Win Wenders alla regia c’è anche Ribeiro Salgado, figlio di Sebastião. Nelle scene in cui registi e fotografo viaggiano insieme per la realizzazione del documentario, ho trovato struggente sentire un uomo adulto che parlando con un anziano riconosce che in quel momento sta conoscendo suo padre per la prima volta.

La formula principale consiste in una carrellata di scatti con narrazione di Salgado che spiega il contesto in cui ogni foto è stata realizzata. Quando ci si allontana dalle foto statiche e si ritorna ad una formula più standard fatta di riprese e descrizione audio, il documentario approfondisce la vita dell’autore, il rapporto con la sua famiglia, e racconta il progetto Terra, che consiste nella riforestazione di oltre 4 milioni di alberi ideato da sua moglie Lélia Deluiz Wanick e che va avanti da più di venti anni.

Ma è proprio nella formula principale che il film manifesta il suo effetto parassitario, nidificando i propri messaggi nel cervello e ritornando attraverso pensieri ossessivi ore e ore dopo la visione.

L’arte fotografica di Salgado è viva, cruda, netta. I suoi scatti hanno una profondità che sembra irreale, la capacità narrativa ti smarrisce. Ad ogni scatto si resta pietrificati, e l’estetica cede il passo allo scopo.

In un mondo in cui tutti sono fotografi (e quindi più nessuno lo è), un film del genere ti schiaffeggia con violenza, facendoti capire che uomini come Salgado sono fondamentali, ma se anche esistessero ancora, sarebbero una voce in mezzo alla confusione, una goccia di un vino pregiato intinto nel più scadente dei vini da discount.

Giunti quasi alla fine del percorso, nel suo penultimo progetto, le parole di Salgado perdono la loro vividezza e positività, cedendo a una desaturazione interiore in cui gli effetti di un genocidio riverberano nei meandri più profondi dell’animo, e il dubbio esistenziale fa tremare le fondamenta dell’animo umano stesso.
In questo contesto dove la ferocia dell’uomo e la distruzione dell’ambiente potrebbero portarci a restare muti spettatori silenti, il progetto Terra è un colpo di reni che dimostra che ciò che sembra perduto può essere recuperato.
Ho apprezzato particolarmente il tempismo in cui questo progetto è stato inserito nel film, un messaggio di speranza e di invito all’azione che giunge dopo un baratro emotivo.

Per chi come me vive la fotografia come hobby personale, un film del genere è sicuramente un siero di linfa creativa.

Nel mondo del cinema i documentari hanno sempre viaggiato su una corsia a parte, probabilmente è uno dei generi che più ho snobbato nel corso dei miei anni di aspirante cinefilo, credo che sia giunto il momento di colmare questa lacuna.

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