Solitamente dopo un film ho tutto un mio rituale fatto di silenzio e meditazione su quanto visto, un metodo che ho perfezionato nel tempo e che mi aiuta a farlo sedimentare per bene, e consolidarsi, almeno un minimo, nella mia memoria debole.
Ieri uscito dal cinema sono tornato subito alle mie cose, e non mi sono concesso questo lusso.
Sarebbe potuto essere uno di quei film “lampo” che entrano ed escono, e invece stamattina appena sveglio Pioggia di ricordi esplodeva dalla voglia di venire fuori.
L’adattamento di Cannarsi l’ho trovato stupido. Non capisco perché gli abbiano concesso dei lavori così importanti. Se ne sono dette tante di parole a proposito, ma aldilà dello stile e della volontà di restituire la sintassi giapponese, ho trovato disturbante essere buttato fuori dal film a causa di frasi insensate che rompevano il ritmo di una storia che vuole fare della semplicità il suo punto di forza.

Taeko, la protagonista, è una donna di 27 anni che si trova a rapportarsi con la se stessa di 10 anni, e parte per una vacanza in campagna il cui scopo è proprio colmare un vuoto che sentiva di avere, un piccolo sogno che le era rimasto in sospeso.
Per tutta la durata del film sarà un continuo muoversi tra presente e passato, senza che i ricordi raccontati abbiano una reale connessione con quello che vive.
Uno dei motivi per cui ho apprezzato così tanto questo film è proprio l’incredibile sintonia e vicinanza che provo per Taeko, per il suo rapporto intimo con la se stessa bambina, e per la capacità di far tornare alla mente dettagli all’apparenza insignificanti appartenenti ad un periodo che per molti può sembrare poco importante.

Ogni scena riesce ad essere contemporaneamente superflua e fondamentale, poiché si percepisce una sensazione di evoluzione della narrazione, ma in fondo nessun tassello ha un’importanza particolare rispetto a quello successivo.
Certi momenti mi hanno segnato, e sento come la necessità di doverli riguardare.
Uno fra tutti la parentesi relativa alla divisione tra frazioni, la cui vicenda Takahata riesce a semplificare alla fine del frammento mediante una narrazione per immagini perfetta. La bimba stupida si rivela in realtà estremamente intelligente, e non si limita a seguire le regole fredde dettatele dalla maestra, ma vuole comprendere ciò che fa. E paradossalmente riesce a sorprendere anche lo spettatore nonostante la scena sia dopo i tre quarti del film, punto in cui dovrebbe essere chiara l’intelligenza della protagonista.
Le atmosfere che aleggiano sono di una leggerezza che conforta, a supporto di ciò ci sono dei disegni che commuovono dalla bellezza. In modo particolare sono rimasto con il fiato mozzato durante alcune sequenze ambientate nel passato, in cui il background diventa bianco, e si ha la sensazione di assistere a un acquerello che prende vita, un po’ come se i ricordi si prendessero il loro tempo per assumere forma e definizione.

Cine-tatuaggio: un’ananas dietro la coscia (non è importante la posizione in sé, ma mi piaceva l’idea che non fosse visibile sempre, così da stimolarne il ricordo ogni volta che salta all’occhio).

